Sulentu (Salento) – i miei nonni lo chiamavano così.

Salento, prima era Sulentu.

I nostri nonni e bisnonni, lo chiamavano “Sulentu”, che voleva dire: “sole e vento”.

Non volevano, per niente dire sale, ma appunto: “sule e ientu”. Questo è un dato di fatto, ma nessuno lo aveva mai detto.

Ne abbiamo testimonianze dai ricordi dei nostri avi, ma chi sa mai perché, viene stravolta a piacere la parola ” Salento” che non vuol dire affatto “sale e vento”.

Come succede per certe vie, che prendono il nome e lo storpiando. È il caso di “via Cicolella” a Lecce, che anticamente, portava alla “Masseria Cicaleddha”. Un percorso ormai stravolto da circonvallazioni e quant’altro.

Per curiosità abbiamo preso dal web, quello che si dice del “toponimo” SALENTO.

Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Salento (disambigua).
Salento
Gallipoli Città Vecchia.jpg

Centro storico di Gallipoli

Stati Italia Italia
Regioni Puglia Puglia
Territorio Tutta la provincia di Lecce, la parte centro-meridionale della provincia di Brindisi e la parte orientale della provincia di Taranto.
Capoluogo Lecce
Superficie 5 329 km²
Abitanti 1 536 969 (2011)
Densità 288,41 ab./km²
Lingue italiano, salentino, dialetti pugliesi di transizione, siciliano, griko, arbëreshë
Zona-Salento-Posizione.png

Collocazione del Salento in Italia

Piazza Duomo, Lecce

Ponte Girevole nel Canale Navigabile, Taranto

Veduta della spiaggia degli Alimini e del lago

Il Mare di Porto Cesareo

Mare cristallino a Marina di Lizzano, Lizzano (TA)

Baia dell’Orte nei pressi di Punta Palascìa, punto più orientale d’Italia

Il Salento (in salentino: Salentu, in tarantino: Salènde, in greco Σαλέντο Salénto), noto anche come penisola salentina, è una regione geografica italiana coincidente con la parte meridionale della Puglia, tra il mar Ionio a ovest e il mar Adriatico a est. Costituisce il tacco dello stivale italiano.

Gli abitanti dell’area, che comprende l’intera provincia di Lecce, quasi tutta quella di Brindisi e parte di quella di Taranto, si distinguono soprattutto per caratteristiche glottologiche rispetto al resto della Puglia. Da un punto di vista storico il Salento ha fatto parte per molti secoli dell’antica circoscrizione denominata Terra d’Otranto.

 

 

Il Salento o penisola salentina, popolarmente noto come il “tacco d’Italia”, è una subregione che si estende sulla parte meridionale della Puglia,è idealmente delimitata a nord dalla cosiddetta “soglia messapica”, una depressione che va lungo la linea Taranto-Ostuni e che la separa dalle Murge.
È la zona più orientale d’Italia e comprende Capo d’Otranto, a sua volta il punto più ad oriente della penisola.
Il nome Salento sfugge ad ogni esustiva spiegazione etimologica e rimane per molti versi avvolto in un alone di mistero, un pò, come del resto, le stesse vicende del suo originario popolamento. Stando a quanto riferisce lo storico greco Strabone (63 a. C. – 24 d. C.), il Salento, che nell’antichità fu anche chiamato Iapygia e Messapia dal nome di antichi suoi abitatori provenienti dalle coste illiriche, derivò il nome dai Salentini, coloni cretesi che si stabilirono nel territorio. Questa ipotesi, in tempi meno remoti, fu supportata da alcune precisazioni sostenute da altri storiografi: le denominazioni Salento e Salentini sarebbero, secondo costoro, derivati da Salenzia, la città di origine dei suddetti coloni cretesi (Salenti), oppure dal nome del loro leggendario capitano, Salento per alcuni, Sale per altri. Lo storico romano Varrone sostiene che i Salentini furono il risultato di una mescolanza di tre gruppi etnici: Cretesi, capeggiati dal principe Idomeneo di Liczio, Illirici e Locresi, che si stabilirono sul territorio del Salento dopo aver stretto alleanza «in salo», ossia in mare, da dove provenivano. I termini Salento e Salentini, quindi, evocherebbero il mare con il fascino dei suoi suggestivi misteri e le ataviche migrazioni da sempre caratterizzanti questo ponte naturale nel Mediterraneo, crocevia di popoli, la cui originale posizione geografica sembra aver da sempre sostenuto una vocazione quasi naturale a vivere il rapporto tra culture diverse in termini di sintesi di civiltà, relativizzando e rimovendo le ragioni dello scontro, nonostante le vicende sanguinose di cui questa terra è stata frequentemente cruento teatro, In epoca romana, precisamente con il riordino amministrativo dell’impero operato da Augusto, il Salento prese il nome di Calabria (l’attuale Calabria veniva denominata Brutium = Bruzio), mentre alla conclusione delle guerre tra Longobardi e Bizantini, nei primi decenni del ‘600, la Penisola salentina, rimasta sotto il controllo di Bisanzio, costituì la provincia di Terra d’Otranto, dal nome della città meglio fortificata e sede delle autorità politiche, militari e religiose. Questa denominazione è rimasta sino all’unità d’Italia (1861), quando il Salento, con il nome di provincia di Lecce, comprendente anche i territori di Brindisi e di Taranto, fu una delle 59 province del Regno d’Italia. La Penisola salentina è stata suddivisa nelle attuali tre province in tempi recenti, ossia nel 1923, quando da Lecce vennero distaccati i circondari di Brindisi e Taranto e costituiti in province.

ZES, le Zone Economiche Speciali

Ho letto con interesse la discussione sulle ZES, le Zone Economiche Speciali.

Incentivi alle imprese, benefici fiscali, credito d’imposta e nuovi progetti imprenditoriali per aree strategiche individuate di concerto tra i vari livelli istituzionali.


Gli interventi che verranno previsti, qualsiasi sia la delimitazione delle aree e al netto delle discussioni di campanile, saranno utili per una infrastruttura economica e fisica che però ancora una volta, pur strategica nel suo aspetto logistico, non arreca benefici concreti e basilari sulla vita delle economie territoriali e trascura presupposti irrinunciabili per tali obiettivi. La solita aspirina, il palliativo che rinuncia a curare realmente il malato.
strategic
Il governo Regionale, deputato ad un ruolo importantissimo nella definizione delle aree e degli obiettivi di rinascita economica, pur tenendo giustamente a cuore la città di Taranto e l’area brindisina con i loro sistemi portuali, non può e non deve trascurare il deficit infrastrutturale in cui versa la Puglia meridionale e di cui parliamo costantemente inchiodati e immobili in una palude politica e amministrativa da cui non si vuole evadere.

Questioni impellenti e paradossi nel governare impediscono qualsiasi reale miglioramento di questa terra isolata e destinata alla non amministrazione: si pensi al collegamento tirreno adriatico dell’alta capacità Napoli- Bari che non può e non deve fermarsi escludendo il resto delle provincie ricostruendo un muro tra il nord e il sud della Puglia; così come alla questione dei depuratori che ancora oggi nonostante i richiami europei scaricano in mare presso località premiate dalle 5 vele ed ad alto valore ambientale e paesaggistico; si pensi soprattutto al ciclo dei rifiuti che aspetta di essere definitivamente chiuso, rinviando di anno in anno la costruzione delle impiantistiche adeguate, conferendo in discarica, vessando finanziariamente i cittadini.

Di questo bisogna preoccuparsi, altrimenti ogni possibile cura economica o fiscale sarà ininfluente sul futuro sostenibile e ed economicamente solido della Puglia tutta. Abbiamo bisogno di riportare alla normalità questo pezzo di Sud che arranca ed è lontano da standard raggiunti da decenni nel resto d’Europa.

Un aeroporto strategico per l’economia e le vite dei cittadini e che serve l’intera penisola Salentina sprovvisto di un collegamento ferroviario non può definirsi Europa, è accaduto per Bari si può fare anche a Brindisi, come non è Europa l’assenza totale di un servizio pubblico su rotaia nei giorni festivi e l’assenza di un contratto di servizio che possa garantire fruibilità piena e adeguata per dodici mesi all’anno. Sergio Blasi

Prima di azioni speciali, abbiamo bisogno di azioni normali, l’abc per un paese degno di essere tra i grandi della terra.

Bisogna altrimenti amaramente considerare, ancora una volta, che a Roma come a Bari, un nord non vuole per nulla preoccuparsi di ciò che c’è più a sud, sempre più Sud.

San Basilio, tensione di notte #notap e Sindaci al presidio

MELENDUGNO (Lecce) – Notte di alta tensione a Melendugno, dove alcune centinaia di attivisti e cittadini che si oppongono alla realizzazione del gasdotto Tap hanno cercato di bloccare i mezzi della ditta incaricata di spostare gli ultimi 43 ulivi rimasti sul cantiere di San Foca. È li che dovrà approdare l’infrastruttura energetica proveniente dall’Azerbaijan ed è lì che, già nei mesi di marzo e aprile, sono state effettuate dure contestazioni da parte della popolazione contraria all’opera. I lavori veri e propri sono fermi da inizio maggio, in virtù dell’impegno della società Trans Adriatic Pipeline a non lavorare durante il periodo estivo, ma stanotte, con un blitz improvviso, i camion – scortati da una lunga colonna di mezzi blindati di polizia, carabinieri e guardia di finanza – sono tornati a Melendugno.

INCHIESTA L’ESPRESSO I segreti del Tap

Il primo blocco stradale è stato effettuato poco dopo la mezzanotte all’altezza del paese di Vernole ma è stato subito dissolto dalla massiccia presenza delle forze dell’ordine, che hanno spostato di peso alcuni manifestanti che occupavano la strada. Il secondo blocco è avvenuto all’ingresso di Melendugno, dove due camion che lavorano per Tap sono stati danneggiati da alcuni manifestanti più estremisti, che hanno tagliato le ruote e distrutto alcuni fanali.

Militarizzata la zona del presidio No Tap, costituito dal 17 marzo davanti al cantiere del gasdotto e bloccati facilmente i pochi attivisti che erano rimasti nella zona. Per raggiungere l’area, le forze dell’ordine hanno dovuto smontare le barricate che erano state innalzate nelle scorse settimane. Alla manifestazione hanno partecipato anche i sindaci di Melendugno e Martano, Marco Potì e Fabio Tarantino, nonché il vicesindaco di Melendugno, Simone Dima, che ha ribadito come nella Via rilasciata dal ministero dell’Ambiente alla multinazionale fosse stato assunto l’impegno di Tap di non lavorare durante il periodo estivo per non danneggiare la stagione turistica.

Nel corso della notte sono stati effettuati numerosi blocchi stradali, con ulteriori momenti di tensione e qualche manganellata sui manifestanti che cercavano di fermare i mezzi nei pressi della Masseria del Capitano, il sito di stoccaggio in cui saranno portati gli ulivi espiantati. All’alba il paese era ancora completamente presidiato e bloccate tutte le strade di accesso,  con deviazione del traffico dalla Regionale 8 e dalle provinciali limitrofe.

Il sindaco Potì ha sottolineato come “Tap abbia una disposizione di legge, secondo cui da giugno a settembre non si lavora sulla costa per non intralciare la stagione balneare”. “Abbiamo le marine di Melendugno piene di turisti – ha aggiunto il primo cittadino –  e qui ci sono trecento poliziotti che hanno isolato il paese. Non è possibile che accada una cosa del genere in una notte d’estate in una delle località turistiche più importanti della Puglia”.

Il sindaco ha inoltre criticato la mancata comunicazione della ripresa dei lavori: “Non riceviamo da tempo comunicazioni dalla Prefettura ne ufficiali ne informali, siamo completamente all’oscuro di ciò che avviene sul nostro territorio. Ci appelliamo al rispetto della legge e vorremmo che la rispettassero tutti, a cominciare dalla Tap”.

Fonte: http://bari.repubblica.it

La via Francigena va oltre Leuca

  1. I comuni interressati alla via Francigena, la lettera che li avvisa:
    SpeleoTrekkingSalento
    Leccce

Illustrissimi Sindaci dei 24 Comuni salentini direttamente interessati dal Cammino per Leuca o Leucadense: Brindisi, S.Pietro Vernotico,Torchiarolo, Squinzano, Surbo, Lecce, Cavallino, Lizzanello, S. Donato, Sternatia, Zollino, Soleto, Galatina, Sogliano, Cutrofiano, Supersano, Ruffano, Specchia, Alessano, Salve, Morciano, Patù, Gagliano, Castrignano del Capo.
IMPORTANTISSIMO!
LA VIA FRANCIGENA ORA TERMINA a S.M. di LEUCA
IL CAMMINO PER LEUCA O LEUCADENSE PRENDE IL VOLO…
Così IL SALENTO RIFULGERA.
Sin dal 1997, poi ininterrottamente, dal 2004 fino alla attuale XIV edizione 2017, l’eco del nostro pellegrinaggio ha superato i confini.
L’Europa e l’Italia guardano sempre di più al Salento, al Capo di Leuca, all’Erma Antica, alla miracolosa Basilica autenticamente de Finibus Terrae ed alla Celeste Signora che vi alberga ma, anche, al vicino Santuario preistorico della Grotta Porcinara.
E iniziammo per primi, dal 2004, a portare avanti, ininterrottamente, il Cammino Leucadense da Brindisi fino a S.M. di Leuca per concretizzare il terminale e convergenza delle Vie Francigene a Punta Mèliso con il Santuario de finibus terrae.
Ci hanno seguito, oltre a migliaia di conterranei, anche, i pellegrini della Rete dei Cammini con i Giubilantes di Como, il Gruppo dei 12 di Roma, i pellegrini di Verona e nel 2015, pellegrini dalla lontana Norvegia, dalla Germania, Francia ed uno dall’Australia, accomunati nel Pilgrims Crossing Borders (Pellegrini attraverso i confini). Ripartiti da Roma per Brindisi, quest’ultimi, hanno voluto concludere il cammino al vero finisterrae (150 mt dal Mediterraneo), terminale Mariano, compiacendosi per l’ accoglienza di alcuni Comuni salentini.
Da ora in avanti, così come da noi, sempre, sostenuto, voluto ed auspicato, dopo il recente OK della Regione Puglia, tutti i pellegrini convergeranno a Leuca, quale “TERMINALE oltre che CONVERGENZA STORICO, GEOGRAFICO e SPIRITUALE delle VIE FRANCIGENE del SUD/EST e d’EUROPA”. Aumenteranno i flussi turistici e pellegrinaggi così, come sta già avvenendo fin dal 31 gennaio 1993, da quando iniziai l’attività di Trekking in tutto il territorio Salento fino a quella data, quasi letteralmente sconosciuto alle masse.
Il 5 febbraio 2017 mi è giunto graditissimo, su targa, il ringraziamento di tutti gli operatori turistici della Rete Capo di Leuca Network.
Nel 2016 l’esperienza dei Pilgrims Crossing Borders si è ripetuta a ritroso quale autentica Via Romea. Tra il 4 settembre e il 9 ottobre 2016, ripartiti dalla Basilica di S.M. di Leuca, i pellegrini, dopo aver percorso il Cammino Leucadense al seguito di SpeleoTrekkingSalento fino a Brindisi, hanno proseguito, a piedi, col nostro Fernando Alemanno (promotore di Pellegrini di pace nel mondo), portando fino a Piazza San Pietro, all’Angelus con Papa Francesco, la bandiera con l’immagine della Madonna di Leuca.

Riccardo Rella

Si è concretizzato, così, un altro nostro sogno: “L’ASSE VIARIO DEL PELLEGRINO”: dall’estremo Sud Est inglese di Canterbury, per Roma, per Benevento e Brindisi fino all’estremo Sud Est italiano di S.M di Leuca o viceversa. Leuca ha tutte le carte in regola per essere considerata, come ripetiamo da tanti anni “TERMINALE e CONVERGENZA STORICO-GEOGRAFICO-SPIRITUALE delle VIE FRANCIGENE del SUD Est e D’EUROPA”.
Dalla Via Appia di Brindisi, poi, sulla Traiana fino a Valesium, Il Cammino per Leuca o Leucadense si avvia lungo la linea mediana ricolma di testimonianze storiche e di preziosità Mariane. Gli antichi pellegrini preferivano procedere all’interno del territorio per sfuggire alle incursioni dal mare, lontani dalle paludi malariche che infestavano le coste ed anche le vie militari romane. Il confluire sull’asse mediano ricolmo di testimonianze Mariane facilita, altresì, una fraterna, rispettosa e cristiana aggregazione con tutti gli altri comuni sia da Est che da Ovest.
Illustrissimi Sigg. Sindaci! Onde evitare di far dissolvere l’onda emotiva, dopo la recente approvazione della Regione Puglia, invitiamo le SV ill.me a voler tabellare i tratti di competenza con semplici frecce indicatrici da mt 1.oox0.20, come da foto allegate, da sistemare da confine a confine di ciascun Comune. Alcuni comuni, Torchiarolo per primo, hanno provveduto o già chiesto la nostra gratuita collaborazione in tal senso. Il momento è importantissimo per tutto il territorio e per le ricettività salentine. Presto però… è tempo di fare molto presto!
Un grazie di cuore a tutti coloro i quali hanno e continuano a sostenere questo nostro obiettivo.

Riprendere in mano il proprio destino: ritorno alla terra, alla consapevolezza.

Introducendo “Vivere senza supermercato” di Elena Tioli. Francesco Manni, Serena Fiorentino, Francesca Casaluci, Helen Centobelli, Drake S. Masciullo, Giovanni Pellegrino, Simone Russo

Una scommessa, un auspicio sortito da facili slogan o parole d’ordine che, in determinati periodi avrebbero la funzione di esorcizzare paure serpeggianti nel comune sentire?
Parrebbe di no, almeno nel felice contesto della serata indetta da Nuova Messapia, Salento Km zero e Ritorno alla Terra, per la giornata di martedì 30 maggio 2017, a Soleto (sala DNA Donna-Nuova Messapia).
Difatti, gli interventi incentrati attorno alla testimonianza di Elena Tioli, giovane mantovana – di romana adozione – assertrice della provata, esperita condizione di transfuga dal ruolo di “consumatore”, collimano, spontaneamente, verso un nuovo (?) disegno sociale, comunitario, che restituisce agli uomini il senso di una condizione esistenziale – produttiva, simbolica, relazionale – nella quale asimmetrie, ineguaglianze, subordinazioni cedono il passo ad un rapporto ecologico e responsabile con i propri simili e contesto di vita (alias Natura). “Vivere senza supermercato” è la sfida ed il suggerimento di Elena. Vivere senza pesticidi è la risposta di realtà quali Agricola Piccapane (Cutrofiano di Lecce), da almeno undici anni sul fronte della “certificazione partecipata”, della produzione orticola (ma non solo), che si fa forte delle consapevolezze e pratiche agricole di un’agricoltura naturale, onesta, “a misura d’uomo” (non scevra di difficoltà legate al superamento di atteggiamenti ancora duri a morire nel consumatore locale).

Vivere rompendo gli schemi del modello carrierista delle nostre attempate società occidentali: è quel che racconta Serena, giovane madre salentina che, come Elena, ad un certo punto della propria vita avverte le incongruenze di un “modello per la felicità” consumista e che, in un nuovo progetto di vita (questa volta sì, realmente imprenditoriale) oculato ed intelligente, ridisegna spazi e tempi per una produzione ecocompatibile, familiare, rispettosa delle colture e dei ritmi della propria vita, della propria terra. Serena torna, con la propria famiglia, attore consapevole della propria esistenza, dei legami solidali fra uomini. Perché, esattamente tale solidarietà, fra uomini, ritorna (rientrata dalla finestra della Storia) nei vissuti di questi piccoli-grandi donne e uomini, impegnati nella ricostruzione – a tutte le latitudini – del senso dello stare al mondo.

“Stare al mondo per calarsi aderentemente nel modello competitivo delle professioni, della produzione ad ogni costo?”. Sembrerebbe privo di reti di sicurezza – per quanto fascinoso, accattivante – un modello produttivo, di sviluppo che, dinanzi a singoli rovesci di fortuna, improvvisamente, lascerebbe l’individuo solo, indebolito, dinanzi alle ferree leggi del mercato, del consumo (ovvero, chi ha diritto o meno all’accesso al consumo). Tale condizione – inizialmente spiazzante, oscura – conosce Elena Tioli. “Ero una consumista”, afferma pulita, senza mezzi termini. “Non mi ero mai posta questioni legate ad un consumo critico”, continua. Il suo intervento, breve ed incisivo, ricorda come gran parte degli stessi cittadini critici ed impegnati siano, comunque, nati e cresciuti, socializzati in una società votata alla produzione. Le sue parole, oneste, focalizzano attenzione al “processo”: come un individuo, in un qualsivoglia momento della propria vita, possa acquisire consapevolezza delle aporie del “mercato”. E come tale momento, rappresenti, alle volte, una salvifica occasione da cui ricominciare. Ricominciare insieme agli altri; ricominciare intessendo modalità produttive (vedi ad es. i G.A.S., gruppi d’acquisto solidale, nei quali produttori e acquirenti si incontrano in una cornice conviviale, non meramente commerciale, aperta a dimensioni sociali e culturali) etiche, responsabili, sia nei riguardi della tutela delle risorse naturali, dei Beni Comuni, che della manodopera. “Noi ci occupiamo di sociale oltre che di agricoltura naturale” ribadisce, non a caso, la rappresentante di Luna, realtà agricola fra Seclì e Galatone.
“Noi stiamo facendo”, coniuga nei tempi opportuni Tommaso, membro della virtuosa Piattaforma locale di agricoltori nata attorno a Salento Km Zero (ma non solo), sulla soglia del varo del Manifesto comune. “Stiamo facendo: non diciamo ‘faremo’”. E tale impegno si lega, nelle sue prassi, alla difesa concreta del territorio, dal basso: nei confronti di speculazioni agite da multinazionali ed affaristi. Speculazioni che, laddove non emergano macroscopicamente come grandi opere ingegneristiche impattanti, ingenerano comunque esternalità negative per il territorio. Di inquinamento del terreno e della falda acquifera, oltre che dell’aria, parla a tal proposito Salvatore, cittadino soletano, convinto fautore del monitoraggio della prima, a carico dell’autotassazione volontaria di singoli cittadini. Nel suo racconto, Salvatore non cela il rapporto non sempre collaborativo, facilitatore di soggetti istituzionali.

Ma al di là di note, osservazioni realiste, non ingenue, la sala – ben attenta e gremita – sa accogliere, maturamente, gli input ed esperienze offerte dai relatori intervenuti. Diverse domande, considerazioni, trattenute sulle labbra, si riservano di manifestarsi nella dimensione conviviale del conseguente rinfresco – rigorosamente biologico, offerto da Agricola Piccapane e Produzione Giancane – a degno completamento dell’incontro.

Adriana Pulití 

truffa con soldi pubblici, quattro arrestati tra cui la presidente Antiracket

Truffa per ottenere soldi pubblici, quattro arrestati tra cui la presidente dello Sportello Antiracket

12/05/2017 | 10:13

Lecce. Scoppia l’ennesima bufera in piena campagna elettorale, proprio nei giorni della presentazione delle liste a Palazzo Carafa.

Una presunta truffa per ottenere contributi ed agevolazioni attraverso fondi pubblici, con il coinvolgimento di noti politici, commercialisti, avvocati e dipendenti comunali.

Il Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di Finanza, ha arrestato quattro persone, mentre per altre due sono state emanate misure interdittive della professione.
Si tratta, tra gli altri, di Maria Antonietta Gualtieri, presidente dell’associazione antiracket di Lecce, e Lillino Gorgoni, funzionario del Comune di Lecce.

Misura interdittiva di divieto di ricoprire cariche pubbliche per l’attuale assessore al Bilancio del Comune di Lecce Attilio Monosi e per l’avvocato Marco Fasiello, uno dei legali dell’associazione antiracket.

La misura è stata emessa dal giudice per le indagini preliminari Giovanni Gallo, su istanza dei pubblici ministeri Roberta Licci e Massimiliano Carducci.

I dettagli.
I finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria del capoluogo salentino stanno eseguendo arresti e sequestri nei confronti di quello che appare a tutti gli effetti un sodalizio criminoso dedito a reati di truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche, corruzione, concussione, falso.

I finanziamenti, sarebbero stati indebitamente percepiti dall’associazione antiracket operante su Lecce, Brindisi e Taranto. I soldi pubblici erano destinati a rafforzare le iniziative in materia di contrasto al racket e all’usura attraverso l’istituzione di tre sportelli nelle province di riferimento, presso i quali le vittime di racket possono trovare assistenza  con l’ausilio di specifiche figure professionali tra avvocati, commercialisti, esperti del settore bancario.

L’attività di indagine sembra aver scoperchiato il vaso di Pandora. A quanto pare, a capo del sodalizio ci sarebbe la presidente dell’associazione, Maria Antonietta Gualtieri, la quale – sulla base delle accuse – avvalendosi dell’apporto di numerosi altri soggetti, tra inquadrati all’interno della stessa associazione e pubblici amministratori, oltre che privati imprenditori, avrebbe posto in essere più condotte delittuose volte al fraudolento accesso ai finanziamenti.

Nel dettaglio delle indagini, emergerebbe che, aI fine di percepire indebitamente i fondi, Ia Gualtieri, nel maggio 2012, avrebbe stipulato apposita convenzione con I’Ufficio del Commissario Antiracket istituito presso il Ministero dell’lnterno e con le amministrazioni comunali di Lecce, Brindisi e Taranto per I’istituzione di 3 sportelli presso ciascun capoluogo, aventi il fine di prestare assistenza alle vittime del racket e dell’usura e favorire l’accesso ai finanziamenti previsti dal Fondo di Solidarietà.

L’indagine svelerebbe che l’ Associazione e i relativi Sportelli siano di fatto non operativi e costituiti all’unico fine di frodare i finanziamenti pubblici mediante fittizia rendicontazione di spese per il personale ivi impiegato, utilizzo di fatture per operazioni inesistenti relativi all’acquisizione di beni e servizi; rendicontazione di spese per viaggi e trasferte in realtà mai eseguite, falsa attestazione del raggiungimento degli obiettivi richiesti dal progetto in termini di assistenza ai nuovi utenti e numero di denunce raccolte.

E ancora. Dalle indagini emergerebbe che siano stati stipulati contratti di collaborazione con dipendenti fittizi e compiacenti professionisti, emettendo false buste paga ovvero ricevendo fatturazioni per prestazioni professionali inesistenti. Le somme indebitamente percepite dai fittizi collaboratori pare venissero successivamente restituite in contanti alla presidente dell’Associazione, fatte salve le ritenute previdenziali e assistenziali.

L’organizzazione documentava, inoltre, l’esistenza di spese fittizie per l’acquisizione di beni e servizi, inesistenti campagne pubblicitarie ed interventi di manutenzione presso le tre sedi, predisponendo una serie di  documenti, anche di natura fiscale, idonei a dimostrare il regolare svolgimento delle procedure di selezione delle aziende fornitrici e l’avvenuto pagamento delle prestazioni.
Come nel caso dei dipendenti fittizi, il piano truffaldino prevedeva che i finanziamenti indebitamente percepiti venissero dapprima bonificati in favore delle ditte che risultavano essere esecutrici, a pagamento delle forniture, e poi restituiti in contanti per un importo pari alla differenza tra l’importo fatturato ed una quota del 20%, quale “compenso” alla stessa azienda fornitrice, cui veniva aggiunto il rimborso delle spese effettivamente sostenute per la predisposizione della campionatura da trasmettere al Ministero.

Ma non finisce qui. Come spiegano nel particolare i finanzieri di Lecce, le indagini avrebbero permesso di accertare l’illecita percezione di finanziamenti destinati alle opere infrastrutturali e all’acquisto degli arredi presso le sedi di Lecce e Brindisi, denotando dirette responsabilità a carico degli amministratori comunali e dei direttori dei lavori coinvolti nel rilascio delle autorizzazioni e nei pagamenti delle relative opere.

Le opere riguarderebbero lavori di ristrutturazione presso la sede di Lecce, in assenza della preventiva approvazione da parte dell’Ufficio del Commissario Antiracket, che venivano pagate con fondi del Comune anziché con i finanziamenti erogati dall’Ufficio del Commissario, al termine di specifica procedura di approvazione. La liquidazione veniva di fatto eseguita attraverso la creazione di un capitolo di spesa sprovvisto di copertura finanziaria, al fine di agevolare l’imprenditore affidatario dei lavori e consentirgli una veloce percezione di tali somme.

Tali condotte pare fossero legate a doppio filo a rapporti esistenti tra l’impresa esecutrice dei lavori e un funzionario pubblico che in cambio riceveva agevolazioni nel pagamento di alcuni lavori eseguiti dalla stessa ditta presso la propria abitazione.

In ultimo, al fine di sanare la situazione venutasi a creare in seguito ai rilievi mossi dall’Ufficio del Commissario Antiracket sulla irrituale procedura seguita edottenere il rimborso delle somme indebitamente anticipate, sarebbe stata predisposta documentazione fittizia, al fine di dimostrare il rispetto delle procedure previste per l’approvazione dei lavori, in realtà già ultimati e liquidati. Tali espedienti hanno tratto in inganno l’Ufficio del Commissario Antiracket che procedeva all’erogazione dei fondi direttamente in favore dell’impresa costruttrice, che riceveva in tal modo un ulteriore pagamento che andava ad aggiungersi a quello già ricevuto dal Comune di Lecce.

Stesso copione a Brindisi dove le condotte delittuose venivano accertate anche in relazione ai lavori eseguiti presso lo sportello cittadino, dove funzionari comunali, insieme all’amministratore della ditta incaricata della esecuzione delle opere, avrebbero certificato l’ultimazione e la regolare esecuzione dei lavori, in realtà non ancora completati.

A rendere il quadro ancora più complesso, pare che la presidente dell’associazione Gualtieri, avuta notizia della convocazione presso gli uffici del Nucleo di Polizia Tributaria di alcuni suoi collaboratori per essere sentiti quali persone informate sui fatti, abbia proceduto ad “istruire” i testimoni, affinché rendessero dichiarazioni difformi dal vero. Tutto per occultare le irregolarità che invece sono state portate a galla dalle complesse indagini.

I finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria hanno, pertanto, tecnicamente eseguito su delega della Procura della Repubblica di Lecce, 4 misure cautelari degli arresti, di cui 3 in carcere ed 1 ai domiciliari, notificato l’interdizione dai pubblici uffici a 7 soggetti e disposto a carico di 32 indagati il sequestro delle somme indebitamente percepite dal Ministero, per  un importo complessivamente superiore a 2 milioni di euro. #leccenews24

Chiude una buca davanti a casa ​e viene multato per 594 euro

Chiude una buca sul marciapiede davanti a casa e riceve una contravvenzione da 849 euro, scontata del 30 per cento perché il pgamento è stato effettuato entro i 5 giorni dalla contestazione della violazione. Lo sconcerto di Luciano Zappata, pensionato di Porto Garibaldi (piccola frazione nel Ferrarese), costretto a pagare 594 euro, è stato raccontato da La Nuova Ferrara.

Zappata, dopo aver preso l’iniziativa di tamponare una buca davanti al proprio passo carrabile, provocata dalle radici sporgenti di un albero tagliato qualche tempo prima, si è visto notificare la contravvenzione. “Stavo dando una gettata di cemento qui sul marciapiede davanti al cancello di casa – racconta l’uomo -, quando è arrivata una pattuglia di vigili, che mi ha chiesto i documenti e l’autorizzazione del cantiere. Sono rimasto di sasso, perché io non avevo aperto nessun cantiere. Ero lì con la cazzuola e il mio secchio per coprire la buca. In cinque minuti avrei finito tutto”.

Ciò che gli viene contestata è la violazione dell’articolo 21 del Codice stradale: “il trasgressore apriva un cantiere sul marciapiede di pertinenza della strada urbana, sita in Porto Garibaldi, denominata Viale Bonnet – si legge nel vebale -, senza preventiva autorizzazione. Nello specifico veniva effettuato uno scavo sul marciapiede e si procedeva al riempimento dello stesso con cemento. È imposto l’obbligo di rimuovere, a spese del trasgressore, le opere realizzate”.

Zappata però sostiene di non aver eseguito alcuno scavo, ma di essersi limitato a rimuovere le radici pericolose che sporgevano dal marciapiede, per chiudere subito dopo la buca con una mano di cemento. Il paradosso è che ora il tratto di marciapiede è perfettamente liscio e percorribile, mentre sino al momento dell’intervento le radici e la buca ne impedivano l’utilizzo da parte dei pedoni. “Qui vicino c’è un’altra buca – dice amareggiato l’uomo -, ma non mi sogno di andarla a chiudere, se poi la conseguenza deve essere quella di bastonare il cittadino, che ha mostrato buon senso e buona volontà”.

Proteste dei #NoTAP a Lecce Prefetto non servire la mafia

Donne in prima fila davanti alla Prefettura di Lecce

Quello che è successo oggi penso si ripeterà ancora, l’arroganza di un governo colluso con i poteri forti e delinquenziali. Non si può permettere di svendere il nostro territorio, specialmente se si è collusi e in odore di mafia. Tutti sanno quello che si sta perpetuando ai danni del Salento ed anche le inchieste che ha prodotto L’Espresso, servono a poco quando ormai si decide dall’alto e senza sentire il parere della popolazione. Vi pare giusto!?

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Salento, No Tap né qui né altrove, perchè!?

Perché No Tap né qui né altrove

Foto di Mimmo Giglio sul presidio a Melendugno (28 marzo). Leggi anche: Tap-peto per la multinazionale

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di Elena Gerebizza, Re:Common

È fine febbraio, siamo a Baku, capitale dell’Azerbaigian. A un incontro ufficiale il governo italiano viene bacchettato per inotevoli ritardi nella costruzione del gasdotto TAP, il segmento in terra nostrana del Corridoio Sud del Gas. Con la coda tra le gambe, il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda dice subito che da lì a qualche giorno si procederà con l’espianto degli ulivi. Calenda cerca così di mettere una pezza e ridare fiducia alle banche – che ancora devono esprimersi sui prestiti richiesti dal consorzio proponente – e ai partner internazionali, in primis l’esecutivo azero, ma anche alla Commissione europea, con cui Palazzo Chigi sta facendo una “brutta figura”.

Invece di cogliere l’occasione e sfilarsi da un progetto che sarà un buco nero per le finanze pubbliche italiane e europee, come suggerivamo QUI, il nostro governo ha scelto di mandarecentinaia di poliziotti a Melendugno, nella campagna salentina, per difendere i mezzi della subappaltata che per conto della TAP deve procedere all’espianto degli ulivi. Sebbene manchino tutti i permessi.

Mentre gli abitanti di Melendugno e del Salento si opponevano fisicamente al passaggio dei mezzi e i sindaci con fascia tricolore, anche loro sul campo, negoziavano con il questore e il prefetto uno stop delle operazioni, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano denunciava l’espianto dei primi 211 ulivi (sui 1.900 da “trasferire”) come “illegale” in un post su Facebook ripreso dalla stampa e che ha fatto il giro dei social.

Dopo tre giorni di fuoco, il prefetto di Lecce ha chiesto alla società di sospendere le operazioni, che sono state così fermate fino a un chiarimento sulla questione dei permessi, che lo stesso prefetto ha preso in carico.

Noi di Re:Common siamo accanto al Comitato NO TAP, alla popolazione di Melendugno e al Salento intero, contro la realizzazione di questa grande opera che riteniamo inutile, imposta, e che arrecherà un danno permanente al territorio dove queste comunità vivono, oltre che a tutti i cittadini italiani e europei chiamati a finanziarla.

Già nel 2014, qualche mese prima dell’approvazione della Valutazione di impatto ambientale del gasdotto, abbiamo scritto in dieci punti le nostre ragioni contro il TAP, che potete leggereQUI Forse come il Comitato NO TAP siamo dei veggenti, o forse le nostre sono solo valutazioni di buon senso. Oggi, a tre anni di distanza dal 2014, e dopo oltre quattro anni di campagna pubblica e di iniziative per esporre tutti gli aspetti negativi di questa grande opera e le lacune profonde nella sua sostenibilità economica e finanziaria, pensiamo sia giusto ribadire il nostro NO a questo mega progetto.

A quelle dieci ragioni oggi possiamo aggiungere che:

IL TAP SI È DIMOSTRATO NON STRATEGICO

Lo hanno detto istituzioni autorevoli e stimate come l’Università di Oxford e il suo gruppo di ricerca in materia energetica, che ha messo in discussione le riserve reali di gas dell’Azerbaigian. Uno dei suoi esponenti è stato intervistato da Report. Che cosa dice, in maniera chiara e netta, lo trovate QUI

Inoltre la Commissione europea ha sempre giustificato la “strategicità” dell’opera come “alternativa al gas russo”. Peccato che dal 2013 a oggi le relazioni tra alcuni dei governi parte del Corridoio Sud e la Russia siano un po’ mutate. La Turchia ha già firmato un accordo con Gazprom per la costruzione del Turkish Stream, che porterà sul suo territorio gas russo, poi venduto a Istanbul e al mercato europeo proprio attraverso il TANAP, la tratta turca del Corridoio Sud (di cui fa parte il TAP) a cui si collegherà allo snodo di Kipoi. Anche la Grecia ha siglato un’intesa con la solita Gazprom per un altro gasdotto che si collegherebbe al TAP.  Lo stessocountry manager di TAP in Italia, Michele Elia, ha confermato a Report che alla sua compagnia interessa vendere il gas, senza doversi troppo preoccupare su quale sia la fonte. Una valutazione forse strategica per un attore privato, non certo per i cittadini europei, che dovrebbero pagare la costruzione del gasdotto…

IL TAP SOSTIENE GOVERNI AUTORITARI

Azerbaigian e Turchia sono due paesi che negli ultimi anni hanno visto un’escalation di repressione da parte dello stato verso giornalisti, attivisti, intellettuali, avvocati per la difesa dei diritti umani. Sono paesi che stanno vivendo una profonda crisi democratica, dove sono stati arrestati centinaia, se non migliaia di oppositori politici e in cui le élite al potere fanno il bello e il cattivo tempo modificando le normative a proprio favore, in violazione di qualsiasi principio democratico. In Turchia vige ancora la legge marziale, mentre in Azerbaigian le ultime riforme promosse dal presidente Ilham Aliyev permetteranno a lui di essere rieletto potenzialmente per sempre, a suo figlio di diventare presidente nonostante la giovane età e a sua moglie di farne le veci grazie alla recente nomina a vice-presidente.  In questa situazione, come si può pensare che ci possa essere una qualsiasi forma di supervisione indipendente anche solo alla costruzione del progetto, a come sono state acquisite le terre, o a come verranno gestiti gli appalti e gli stessi finanziamenti pubblici che l’Europa si appresterebbe a concedere per miliardi di euro?

È ANTIDEMOCRATICO

In questi anni abbiamo studiato e ci siamo confrontati con attivisti, esperti, giornalisti dei diversi paesi coinvolti. Abbiamo visitato oltre due terzi degli 870 chilometri del gasdotto, abbiamo parlato con le persone le cui vite saranno impattate dall’opera non solo in Salento, ma anche in Grecia e in Albania. Abbiamo visto che oltre la propaganda sulla “strategicità” e su quanto i vari esecutivi puntino a definire il gasdotto “un progetto di priorità nazionale” oltre che europea, la realtà dei fatti è che le famiglie che si trovano lungo il tracciato si sono viste imporre il “tubo” con poca considerazione del danno diretto che subiranno. Lo spazio per l’informazione e il dialogo di fatto non c’è stato. Intere comunità vedranno stravolta la propria economia non solo dalla costruzione, ma anche dalla convivenza futura con impianti industriali (le centrali di pressurizzazione e depressurizzazione) altamente invasivi. Nonché potenzialmente ad alto rischio, seppure lungo tutto il tracciato la normativa Seveso sia stata bypassata e ad oggi rimanga un punto di conflitto dei diversi ricorsi amministrativi presentati sia in Italia che in Grecia.

È OPACO E POCO TRASPARENTE

Dopo diverse  richieste di accesso agli atti alle istituzioni coinvolte, incontri pubblici a cui la Commissione europea non ha voluto partecipare, domande specifiche alla casa madre del consorzio TAP che non  hanno avuto risposta, lettere alla Banca europea degli investimenti che ci hanno dimostrato la scarsa due diligence fatta finora da questo stesso organismo dell’Unione europea, possiamo dire che non ci sentiamo per niente rassicurati rispetto a quali siano i reali interessi dietro a questo progetto da 45 miliardi di euro. Solo per fare un esempio, qualcuno ha visto il bilancio 2016 del consorzio TAP? Qualcuno ha letto l’accordo firmato dal governo italiano con il consorzio TAP e le clausole sanzionatorie a cui faceva riferimento il ministro azero dell’energia dopo l’incontro dell’Advisory Council a Baku dello scorso febbraio? Forse il ministro Calenda dovrebbe preoccuparsi di renderlo pubblico, in modo che oggi, in una situazione in cui avrebbe più senso uscire da questo progetto che rimanerci dentro, ciascuno potrebbe fare le proprie valutazioni.

IL GAS NON C’È, IL GASDOTTO NON CI SERVE

La Commissione europea dal 2011 a oggi si è impelagata in un negoziato con il Turkmenistan per convincere il governo (autoritario) a vendere sul mercato europeo il proprio gas attraverso il Corridoio Sud. Il negoziato è naufragato, e il Turkmenistan ha iniziato la costruzione di un altro gasdotto che guarda verso est, il TAPI.  Senza il gas del Turkmenistan quindi, a cosa serve il Corridoio Sud? A vendere il gas russo forse? Ma ci serve ancora gas in Europa, con il crollo dei consumi che continua dal 2009? Noi pensiamo di no, e crediamo che la vera emancipazione energetica vada costruita non dalla Russia ma dai combustibili fossili, incluso il gas. La costruzione del mercato del gas europeo non ha nulla a che fare con la nostra sicurezza energetica, e con il futuro che desideriamo costruire. Lo avevamo già detto QUI e lo ribadiamo oggi.

Crediamo che la Commissione europea dovrebbe ringraziare la resistenza in Italia, e il lavoro inestimabile degli esperti e delle persone e organizzazioni che negli ultimi anni si sono spesi per fare chiarezza su questo progetto inutile oltre che dannoso. Che non ha senso costruire né a San Basilio, né altrove

Fonte: comune-info.net